Home Viaggi Namibia, Tunisia ed Eritrea: il fascino più profondo della solitudine

Namibia, Tunisia ed Eritrea: il fascino più profondo della solitudine

Namibia. Dune di Sossusvlei

Oltre alla scoperta di zone meno conosciute dell’Africa e ancora non battute dal turismo di massa, ci si può immergere nella magia di aree desertiche, dove tutti i nostri pensieri sfumano per confondersi in una natura estrema. In queste immensità, apparentemente desolate, possiamo ritrovare noi stessi e cogliere il senso dei primordi della vita terrestre.

Poter scegliere dove sparire per un po’ è già, di per sé, un privilegio. Non tutti hanno la possibilità di sottrarsi al rumore del mondo scegliendo con precisione il luogo in cui farlo: un deserto, un altopiano, un arcipelago dimenticato dalle rotte turistiche. È da qui che partono gli itinerari di “Viaggigiovani.it” e della sua anima outdoor “Viaggia con Carlo”: non dalla ricerca di un generico “distacco dalla tecnologia”, che ne è semmai la conseguenza più naturale, ma dalla costruzione di un isolamento geografico voluto, calcolato, scelto, una tappa alla volta.

Namibia. Deserto del Kalahari
Il telefono smette di prendere campo non per regola, ma per geografia e si può tornare padroni dell’ambiente, respirare con il ritmo della natura. In Namibia il vuoto ha la forma di un orizzonte che non finisce mai. Sono le dune rosse del Kalahari e di Sossusvlei, tra le più antiche del pianeta: si attraversano a piedi in un silenzio che azzera ogni riferimento al tempo ordinario. Più a nord, le piste sterrate del Damaraland si inoltrano tra monoliti di granito in un territorio arido e quasi disabitato, dove gli incontri più frequenti sono quelli con gli animali del Parco Etosha, non con altri viaggiatori. A dimostrazione che la vita nasce e sopravvive anche dove sembra non ci possa essere spazio per alcuna forma di esistenza.
Tunisia. Matmata. Museo troglodita
In Tunisia l’isolamento passa dal deserto alla convivialità. Una notte nel Sahara, raggiunta lasciando la strada battuta per un campo tendato tra le dune, si chiude attorno al fuoco, tra musica tradizionale e un cielo senza luci artificiali, dove le stelle o la luna raccontano la danza del tempo. A Matmata, i viaggiatori pranzano in una casa berbera scavata nella roccia, ospiti per qualche ora di ritmi domestici che si tramandano da secoli. Nelle oasi montane di Chebika, Tamerza e Mides, sospese tra le rocce, l’impressione è quella di un tempo rimasto fermo. In Eritrea, infine, il senso di isolamento si fa insulare. Le isole Dahlak, nel Mar Rosso, si raggiungono in barca per allestire campi mobili su spiagge senza alcuna infrastruttura turistica: solo acque coralline e notti al fuoco.
Eritrea. Isole Dahlak
Il contatto umano si riduce a poche occasioni, come la visita a un villaggio di pescatori, mentre negli altipiani rurali, tra i mercati di Keren e i sentieri verso Halibmental, la vita locale continua a scorrere senza essere messa in scena. Tre opzioni di percorsi e di esperienze: tre geografie diverse, ma un’unica intenzione: restituire al viaggio la sua funzione più antica, quella di portare altrove non solo il corpo ma anche l’attenzione. Un pranzo sottoterra con una famiglia berbera o una conversazione con un pescatore del Mar Rosso non si replicano a distanza, né si raccontano davvero attraverso uno schermo. Restano un’esperienza che si può solo attraversare di persona e che resta accessibile a chi ha la possibilità, non scontata, di viaggiare fin dove decide di arrivare. In questa dimensione, l’itinerario diventa più avvincente e si torna a casa con un bagaglio di emozioni: quelle che non si possono immortalare né con la macchina fotografica, né con lo smartphone.
Eritrea. Villaggio Keren

Tunisia. Pernottamento nel Deserto del Sahara

Foto fornite da Open Mind Consulting SRL

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