
Sembra in arrivo una nuova classificazione del diabete tipo 2. Una proposta che, se adottata, potrebbe rivoluzionare la prevenzione, diagnosi e il trattamento della malattia, con un forte impatto sulla salute pubblica.
Introdotto per identificare una condizione intermedia, una sorta di ‘limbo’ tra la normalità glicemica e il diabete, il termine ‘pre-diabete’, coniato nel 2011 dall’American Diabetes Association (ADA), nasceva con l’obiettivo di stimolare interventi correttivi sullo stile di vita. Tuttavia, le evidenze accumulate negli ultimi anni descrivono una realtà più complessa: la condizione di ‘pre-diabete’ è già associata ad un aumento significativo del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica, demenza precoce e di alcuni tipi di tumore (in particolare colon-retto, mammella e pancreas). Definire questa fase come ‘pre’ rischia dunque di banalizzarne l’importanza e di ritardare interventi potenzialmente decisivi (correzione degli stili di vita e farmacologici) per la riduzione del rischio. Esperienze analoghe fatte in altri contesti di malattia, dimostrano il valore di questo approccio. La classificazione in stadi può ridurre l’inerzia clinica, migliorare gli esiti e accelerare l’innovazione. Secondo molti studiosi il termine “pre-diabete” rischia di banalizzare la malattia.
Materiale informativo fornito dalla Società Italiana di Diabetologia SID















